Sala degli Arazzi
Viale Mazzini 14
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Il 18 dicembre 2019 si è svolto presso la sede Rai di viale Mazzini l’evento: “Visioni differenti. La narrazione della disabilità sul piccolo e grande schermo”, in collaborazione con SuperAbile – Inail. Una giornata di studi per riflettere su come si stia trasformando la rapprentazione delle persone con disabilità nell’immaginario odierno del cinema e della televisione, a partire dalla nuova serie di Rai1 Ognuno è perfetto, di cui in questi giorni sono andate in onda le prime puntate.
Da Freaks (di Tod Browning , 1932), il primo film americano che portava sul grande schermo il tema della disabilità, al recentissimo musical The Greatest Showman (Michael Gracey, 2017), passando per la fiction Rai Ognuno è perfetto (regia di Giacomo Campiotti, 2019), ecco come la macchina da presa racconta le persone disabili.
La disabilità al cinema e in tv
L’evento “Visioni differenti”, organizzato da SuperAbile Inail (il servizio Inail di ascolto, orientamento e informazione per la disabilità) in collaborazione con Rai Cinema e Rai Responsabilità sociale, è stato un’occasione interessante per porre il tema della percezione della disabilità nell’immaginario collettivo, così come questo immaginario si traspone nella rapprentazione delle persone disabili nei film per il cinema e nelle serie televisive. A confrontarsi sull’argomento registi, attori, autori e studiosi che si sono occupati in prima persona di disabilità, ognuno dal proprio punto di vista: tra questi Roberto Natale, Rai Responsabilità Sociale, il regista Giacomo Campiotti, il critico cinematografico Giancarlo Zappoli, le attrici Emanuela Annini, Giulia Pinto e Veronica Tulli.
Il taglio muliplo ha permesso, così, alle “visioni differenti” di emergere e porsi come oggetto di riflessione.
Lo squilibrio individuo – mondo da Rain Man a Ognuno è perfetto
Tra i relatori Paola Maranga, responsabile Area Prodotto di Rai Cinema, che in un lungo excursus sula rapprentazione delle persone disabili nel cinema hollywoodiano e in quello europeo, ha sottolineato come nel caso delle produzioni americane lo star-system e la spettacolarizzazione restino il contesto narrativo di riferimento. La persona disabile viene dunque “interpretata”, più che rappresentata, dall’attore famoso che la rende “straordinaria“: dall’autismo di Dustin Hoffman in Rain Man (Barry Levinson, 1988), alla disabilità intellettiva di Tom Hanks in Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994), solo per fare alcuni esempi.
Il cinema europeo si rivela, invece, più introspettivo, proponendo una riflessione più profonda sul rapporto tra la condizione della persona con disabilità, l’ambiente circostante, le sue reti relazionali.
Alcuni esempi ne sono il celebre Quasi Amici, (di Olivier Nakache e Éric Toledano, Francia, 2011), che racconta l’amicizia tra due “diversi”: una persona tetraplegica e il suo badante di colore. Più leggero non basta, sul tema della distrofia muscolare, (film per la televisione di Elisabetta Lodoli, Italia, 1998), la malattia mentale ne Il grande cocomero (di Francesca Archibugi, Italia, 1993) e in Le chiavi di casa di Gianni Amelio (2004).
Il punto sui Disability Studies
Lo studioso Armando Fumagalli (Università Cattolica di Milano) ha sottolineato come nel film Le chiavi di casa risulti particolarmente significativa la scelta di un attore disabile per interpretare il ruolo del protagonista, Paolo, affetto da una patologia neuromotoria. La questione si connette a quella, molto dibattuta nell’ambito dei Disability Studies, di quanto spazio sia realmente dato in queste rappresentazioni all’autopercezione, al racconto di sè, della persona disabile, e non piuttosto all’ “eroismo”dei familiari e di chi li affianca nell’affrontare la propria condizione.
Giacomo Campiotti, regista della serie Rai Braccialetti Rossi, (adattata anche negli Stati Uniti), e ora di Ognuno è perfetto, che parla di sindrome di Down e sentimenti, ha osservato:
“La vera saggezza è vivere nel presente. Le persone disabili sanno farlo.”
https://www.youtube.com/watch?v=NFACa8l94sc
Per un approfondimento sul tema qui potete leggere l’esperienza emozionale del regista Pietro Balla nel raccontare per Rai3 la figura del lovegiver, l’assistente sessuale per persone disabili, nella serie di documentari Il corpo dell’amore.