Il cammino dei buddisti: alla ricerca del vuoto che diventa senso

Il cammino dei buddisti: alla ricerca del vuoto che diventa senso

Nel buddismo Vuoto non significa necessariamente privo di qualcosa, nullo. Seguiamo la strada dei buddisti per scoprire il vuoto che riempie

“Amaro era il sapore del mondo. La vita, tormento. Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso…” (H.Hesse, Siddharta). 

 

 

La spiritualità buddhista: la filosofia del distacco

Il dominio della mente e dei desideri è un elemento essenziale della spiritualità buddhista. La meta di ogni fedele, l’illuminazione, si raggiunge attraverso un percorso spirituale che prevede uno svuotamento, cioè il distacco dalle cose del mondo. Naturalmente si tratta di un cammino lungo e pieno di insidie. Per questo ogni fedele ha bisogno della guida e del confronto con un maestro, che condivida con lui il percorso, le sue cadute e le sue conquiste. Un maestro spirituale come un lama, certo. Ma, soprattutto, come Il Maestro, il Buddha in persona.

Sulle tracce del Maestro

Un primo modo per apprendere dal Maestro è seguire le sue orme, letteralmente. Cioè mettersi in viaggio e ripercorrere le tappe del suo peregrinare terreno. È un percorso che porta a vagare per montagne impervie, monasteri sperduti, per i luoghi cari al Buddha storicamente esistito, in India e in Nepal. Ma in realtà non porta che a peregrinare dentro se stessi, per poter fare ritorno cambiati, riempiti di nuovo senso.

Le 4 tappe del cammino del Buddha

Tradizionalmente, i buddhisti concentrano la loro attenzione su alcuni momenti chiave della vita del Buddha storico, Siddharta Gautama, e li celebrano in tutte le manifestazioni della loro cultura: nella letteratura, nel mito, nei rituali e attraverso il pellegrinaggio nei luoghi in cui si svolsero. Questi momenti chiave, che poi riflettono le tappe del cammino interiore di ciascuno di noi, sono 4: la nascita, l’illuminazione, il sermone e la morte.

Buddha come Gesù

La nascita del Buddha, datata intorno al 566 – 486 a.C., si dice sia stata accompagnata, come quella di Gesù, da eventi miracolosi. La madre Maya, al momento del concepimento, sognò che un elefantino bianco le entrava nel fianco: questo segno fu interpretato come un presagio di grandezza per il figlio che avrebbe avuto. Quando stava per partorire, Maya lasciò la città dove si trovava, Kapilavastu (nell’odierno Nepal), per andare dalla sua famiglia, come prescrivevano le usanze.

L’ultima nascita di Siddharta

Ma, mentre era in viaggio, vicino Lumbhini Maya fu sorpresa dalle doglie e diede alla luce il bambino in un bosco. Secondo la tradizione, gli dei si riunirono in quel luogo per celebrare l’evento, e il Buddha appena nato fu bagnato da una pioggia miracolosa. Poi il piccolo si alzò in piedi e, dati alcuni passi, dichiarò che quella sarebbe stata la sua ultima nascita. Gli fu dato nome Siddharta, che significa “colui che ha raggiunto il suo scopo” e Gautama, come la sua famiglia di origine. In questo video la nascita del Maestro raccontata da Bernardo Bertolucci nel film Piccolo Buddha (1993).

L’albero del “risveglio”

Un’altra tappa fondamentale per i fedeli in ritiro spirituale è il luogo dove il Maestro raggiunse l’illuminazione, detto Bodh Gaya. Il “risveglio” definitivo avvenne dopo una notte trascorsa in meditazione sotto un albero di ficus religiosa, che da quel momento fu chiamato l’albero della bhodi, l’illuminazione. Durante la notte il Buddha acquisì vari poteri: prima quello di ricordare le proprie vite precedenti; poi quello della preveggenza, che gli permise di avere davanti ai suoi occhi il ciclo di nascite e di morti di tutto l’universo.

http://www.filosofia.rai.it/articoli/lama-paljin-tulku-rinpoce-il-grande-tema-del-risveglio/42868/default.aspx

L’illuminazione è la via per la compassione

Infine, il Buddha arrivò alla consapevolezza di essersi finalmente purificato e svuotato di tutto ciò che avesse a che fare con ignoranza, avarizia e invidia. Il Bodh Gaya è un luogo molto caro ai buddhisti, perché il Maestro vi rimase a lungo prima che la compassione lo spingesse a tornare nel mondo per condividere le mete raggiunte e i suoi insegnamenti spirituali, il dharma. Questo ci dice che il percorso di crescita spirituale che ognuno di noi vive come singolo non è mai solo per se stesso. È sempre finalizzato all’Altro, alla ricerca del benessere della comunità.

 

Il Primo giro della ruota del Dharma

Terza tappa, i luoghi dei discorsi del Maestro. Il primo discorso (sermone) fu pronunciato dopo l’illuminazione a Sarnath, vicino Benares (India), ed è intitolato: Primo giro della ruota del Dharma. Si tratta di un sermone molto rilevante dal punto di vista storico e teologico, perché contiene il cuore dell’insegnamento buddhista, secondo la formula delle Quattro nobili verità.

Perché soffriamo?

Le Quattro nobili verità riguardano l’uomo e la sofferenza, e la via buddhista per affrontarla. Eccole:

  1. Dukkha: la vita è sofferenza, inutile negarlo. Malattia, dispiaceri, la vecchiaia, l’atto stesso del nascere.
  2. Samudaya: ma qual è la vera causa di tutto questo dolore? La risposta è il desiderio.
  3. Nirodha, o “verità della cessazione”: un modo per liberarsi dalla sofferenza esiste, e ha un nome, magga.
  4. Magga, o “ottuplice sentiero”: è il percorso che permette all’uomo di liberarsi dall’ossessione dell’ “io o mio”.

La casa del sacro, la stupa

Il Maestro morì nella città di Kusinara (India) sotto due alberi di shorea (o alberi di sal), che, in base ai testi, fiorirono miracolosamente. I suoi resti vennero cremati e custoditi all’interno di una stupa, una costruzione a forma di campana. La stupa è la sede del sacro per il buddhista, al punto che può essere venerata solo dall’esterno, girandovi intorno in senso antiorario. Ed è qui che si svolge l’ultima tappa del nostro pellegrinaggio. E ora…vi siete svuotati o riempiti?

 

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