Quello che forse non sapete sul velo

Quando si pensa a una donna con il velo si pensa generalmente a una donna di religione islamica. Sembrerà strano, ma il velo non è un simbolo originario dellIslam. Scopriamo da dove viene e in quali culture esistono o sono esistite “donne velate”.

 

Quando compare per la prima volta il velo?

 

Assiri, i Sumeri e gli Egiziani, e la gran parte delle popolazioni che abitavano l’odierno Medio Oriente, usavano il velo. Inizialmente, in queste civiltà, il velo  non era riservato alle donne: coprirsi il capo era un segno di potere, cioè indicava l’appartenenza a un settore privilegiato della società. È nel codice di Hammurabi (1760-1750 a.C. circa), un’antica raccolta di leggi conservata oggi al Louvre di Parigi, che troviamo i primi riferimenti all’obbligo di usare il velo da parte delle donne, che cominciano ad essere confinate nell’ambito della casa.

Nel codice di Hammurabi si legge che  le donne devono coprirsi il capo in segno di umiltà e di sottomissione alla divinità. L’usanza si diffonde anche presso i Greci e i Romani: per loro, una donna con il capo scoperto era una donna che aveva rinunciato alla sua “modestia”, cioè all’obbedienza all’uomo della famiglia. Per cui non poteva essere una donna rispettabile.

 

Il velo nella Bibbia

Anche le donne ebree avevano l’usanza di coprirsi il capo, lo raccontano vari episodi che troviamo nella Bibbia. Il velo ebraico è un simbolo dal valore religioso e sociale, che rappresenta per la donna sottomissione ai voleri di Dio e dell’uomo.

Secondo la tradizione tramandata da vari testi sacri dell’ebraismo, come la Torah e il Talmud, le donne ebree hassidimite (o chassidimite) il giorno del matrimonio avevano l’obbligo di tagliarsi i capelli e dal quel momento portare un velo colorato per coprirsi. Per gli ebrei di oggi, l’obbligo di usare un copricapo per le donne si ritrova solo in piccole comunità legate alle tradizioni. Per gli uomini invece è rimasto, possiamo vederlo entrando in qualsiasi sinagoga: lo chiamano Kippah.

 

La “velatio”cristiana: come nasce il velo da sposa

Dall’ebraismo il simbolo del velo si trasferisce al cristianesimo: i riti nuziali dei primi cristiani prevedevano infatti la cerimonia della “velatio”(velazione). Un velo veniva posto sul capo di entrambi gli sposi in origine, a simboleggiare la loro comunione con lo Spirito, e dal quel momento la donna doveva velarsi.

Il velo cristiano aggiunge però al velo ebraico un significato di “purezza”: non a caso anche la Madonna è sempre raffigurata velata. Molti riferimenti al valore del velo si trovano negli scritti di San Paolo, che lo descrive come “vestimento di devozione a Dio”.

Questo significato simbolico si ritrova ancora oggi nell’abbigliamento di suore e monache, le donne che, appunto, si sono consacrate a Dio. O, semplicemente, entrando in chiesa, possiamo intravederlo nelle donne anziane che tuttora mantengono l’usanza di partecipare alla messa con il capo coperto.

 

L’Hijab e gli altri: come si mette e quanti tipi di velo islamico esistono 

Il velo era certamente già in uso nell’Arabia pre-islamica, con il significato particolare di contraddistinguere le donne nobili, che non potevano essere importunate, dalle altre. Con la diffusione dell’Islam diventa un simbolo religioso di protezione e di purezza per la donna che lo indossa. Recita il Corano:

 

Oh Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie, e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso

(Corano Al-Ahzâb 33,59 trad. H. Piccardo)

 

Esistono vari tipi di velo, che si differenziano in base alle zone del corpo che vengono coperte, e hanno un significato culturale, legato alla storia del territorio dove vengono indossati, più che religioso in senso stretto. Quello chiamato genericamente hijab (che letteralmente significa “sottrarre a”, quindi ha il senso di barriera, protezione dalla vista) ha la forma di un fazzoletto e copre soltanto i capelli e il capo.

Come indossare il hijab

Si tratta della versione più comune, diffusa anche tra i musulmani d’Occidente. Il chador, tipico dell’islam iraniano, è invece un velo più lungo, che nasconde, oltre al capo, anche le spalle, incorniciando il volto. Vi sono poi il niqabe il burqa, che caratterizzano ambienti sociali chiusi e fondamentalisti. Il niqabinfatti copre non solo il capo, ma tutto il corpo della donna e lascia scoperti soltanto gli occhi.

Il burqa, diffuso in ambienti di particolare arretratezza come l’Afghanistan dei Talebani, è invece un velo fissato sul capo che copre completamente la testa e in alcuni casi tutto il corpo, lasciando solo una fessura per gli occhi e a volte una mascherina a rete per la bocca.

 

 

Dai fumetti al velo Nike da competizione

Nella cultura occidentale il velo islamico ha assunto, nel senso comune, una connotazione negativa, perché regolarmente associato all’idea di sottomissione della donna e quindi a una mancanza di parità tra i generi. Vogliamo solo far riflettere sul fatto che non sempre questo è vero, almeno quando parliamo dell’hijab.

 

Per moltissime musulmane, in particolare per le giovani donne figlie di immigrati, che si trovano a vivere in paesi stranieri, spesso è un segno di appartenenza, che esprime solo il desiderio di non perdere le proprie radici. Oppure è un simbolo religioso che diventa un accessorio da indossare alla moda, così come avviene per i gioielli a forma di croci e rosari. Per questo ha fatto tanto rumore il recente lancio di un velo firmato Nike per le atlete musulmane.

Non a caso si guarda con curiosità e forse incredulità alla striscia di fumetti dell’artista italo-tunisina Takoua Ben Mohamed, Sotto il velo. Nel fumetto, l’artista racconta la sua scelta di indossare il velo, che è semplicemente, dice, la scelta di avere il coraggio di essere se stessa.

 

 

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